Batterie, flotte aziendali e CO₂: come l’Europa riscrive (parzialmente) il futuro dell’auto.
di Alessandro Bugelli
Martedì 16 dicembre, in quel di Bruxelles che non è San Siro ma ci somiglia quando si tratta di partite decisive, la Commissione europea ha messo sul tavolo il cosiddetto pacchetto automotive: un malloppo di misure pensate per rianimare l’industria dell’auto continentale, che ansima come me dopo sole due rampe di scale. Il tutto in ossequio al Piano d’azione settoriale già sbandierato lo scorso marzo, quando le promesse correvano più veloci delle utilitarie elettriche.
Per non farsi cogliere in fuorigioco, la presidente Ursula von der Leyen - acida donna di comando e di spartiti ben scritti - aveva già messo in piedi, nel corso dell’anno, un Dialogo Strategico sul futuro dell’automotive. Un tavolo rotondo, ma non pacifico, dove siedono i colossi dell’auto europea insieme agli altri comprimari della saga: i produttori (ACEA), i consumatori (BEUC) e i lavoratori dei trasporti (ETF). Un’assemblea da spogliatoio, più che da salotto buono.
Nelle tre adunate fin qui celebrate si è parlato di tutto ciò che toglie il sonno ai costruttori: batterie che scarseggiano come i terzini sinistri di una volta, flotte aziendali da rimettere in riga, norme da sbrogliare e, soprattutto, quelle emissioni di CO₂ che pendono come una spada di Damocle sul cofano dei motori. Tutto materiale poi confluito nel pacchetto finale (ma . . . sarà davvero finale?).
Il pacchetto, ovvero il canovaccio verde
La Commissione l’ha presentato come un insieme organico di misure per “sostenere la transizione verso una mobilità pulita”. Pulita, s’intende, come una maglia appena lavata: il verde resta il colore di fondo.
Emblematica è la strategia Battery Booster, che punta a far nascere e crescere una filiera europea delle batterie degna di questo nome. Qui i numeri parlano chiaro, senza bisogno di retorica: 1,8 miliardi di euro sul piatto, di cui 1,5 in prestiti senza interessi per i produttori di celle. Una spinta decisa all’elettrico “made in EU”, per non restare a rimorchio dei giganti cinesi.
Altro capitolo: le flotte aziendali, che la Commissione vuole rendere più ecologiche per stare nei ranghi della Climate Law. Dal 2030, gli Stati membri dovranno garantire che una quota delle nuove immatricolazioni di auto e furgoni aziendali delle grandi imprese sia a emissioni zero o quasi. Le percentuali cambiano da paese a paese, come i campi di provincia, ma la direzione è tracciata.
C’è poi il regolamento omnibus sull’automotive, una di quelle manovre da mediano che non fanno notizia ma tengono in piedi la squadra. Qui si semplifica, si tagliano oneri e si inventa una nuova categoria: i piccoli veicoli elettrici M1E, lunghi al massimo 4,2 metri. Per loro, requisiti congelati per dieci anni e qualche incentivo mirato. Prevista anche una mano tesa ai furgoni elettrici, mentre sul fronte più affaristico si alleggeriscono alcuni test dell’Euro 7.
La vera partita: la CO₂
Ma il colpo di scena, quello che ha fatto sobbalzare tribune e retrobottega, è la revisione degli standard di CO₂. Qui la Commissione si allontana, seppur di poco, dal dogma del Green Deal originario.
Il regolamento 2023/851 aveva fissato un obiettivo tanto concreto quanto simbolico: dal 2035, solo veicoli a emissioni zero. Tradotto: stop ai motori endotermici, tutti a corrente come tram di Milano. Una scelta epocale, che ha fatto tremare i polsi ai costruttori.
Ora però Bruxelles rientra parzialmente nei ranghi: dal 2035 la riduzione delle emissioni allo scarico scenderebbe al 90%, non più al 100. Il restante 10% potrà essere compensato con acciaio a basse emissioni, e-fuels e biocarburanti. Insomma, il motore a combustione non viene espulso dal campionato, ma retrocesso in una categoria minore. Per i furgoni, ulteriore indulgenza: al 2030 l’obiettivo passa dal 50% al 40%.
Una mossa che scardina il tabù dell’elettrico totale e rimette in gioco la pluralità tecnologica, cara a più di un governo.
Non è la prima volta, peraltro, che la Commissione ammorbidisce il tiro. Già ad aprile aveva concesso ai produttori una media triennale (2025–2027) per il rispetto dei target, evitando controlli anno per anno e, soprattutto, multe salate. Un favore richiesto a gran voce dall’industria, vista la frenata delle vendite di veicoli meno inquinanti, elettrici in testa.
Terzo tempo: politica
Ora, in questo 2026, la palla passa a Parlamento e Consiglio, e qui la partita si fa sporca. La proposta sugli standard di emissione sarà il vero campo di battaglia.
Prima ancora del fischio d’inizio, lo spagnolo Pedro Sánchez, che non gioca nel Real Madrid, aveva scritto a von der Leyen per scongiurare passi indietro. Altri leader, Giorgia Meloni in testa, hanno invece applaudito la svolta.
In Parlamento, il centrodestra (PPE, ECR, PfE) guarda al pacchetto con favore, pur chiedendo più libertà tecnologica. Il centrosinistra (S&D, Verdi, The Left) storce il naso sugli standard CO₂ ma difende misure come quelle sulle flotte. I liberali di Renew, come spesso accade, stanno nel mezzo: elettrico sì, ma senza chiudere la porta ad altro.
Con una maggioranza che cambia volto a seconda delle votazioni e una Commissione che non sempre ritrova i suoi numeri, il negoziato si annuncia lungo, tortuoso e pieno di rimpalli. Proprio come una finale finita ai supplementari, con il pubblico che rumoreggia e l’arbitro che guarda l’orologio.
La confusione c’è, insomma.